Non volevo partecipare al Corso Giovanni Battista...
Non solo per la stanchezza fisica, ma soprattutto perché non mi sentivo bene dentro. Da oltre sette anni sto attraversando quello che definisco un lungo deserto spirituale e umano. In questi anni ho sperimentato l’abbandono di tante persone, la perdita del lavoro, le difficoltà economiche, e ciò che mi ha fatto soffrire più di ogni altra cosa, la sensazione dell’assenza di Dio. A tutto questo si aggiunge una lotta che ancora porto nel cuore: quella di riuscire a dimenticare e a perdonare.
Per questo il Corso Giovanni Battista arrivava in un momento della mia vita in cui avrei preferito restare in disparte. Se sono andato è stato soprattutto per il desiderio di mia moglie. Mi sono detto: “Mi occuperò delle fotografie, come faccio sempre. Cosa potrà mai dirmi il Signore che non sappia già della mia vita e delle mie ferite?”
Così ho iniziato il corso con questo atteggiamento. Facevo il mio servizio, osservavo, ascoltavo, ma avevo deciso di non prendere nemmeno un appunto. Pensavo che nulla di quello che avrei ascoltato sarebbe riuscito a raggiungere il mio cuore.
E invece, senza accorgermene, qualcosa ha iniziato a cambiare.
Ogni catechesi, ogni dinamica, ogni riflessione sembrava parlare proprio a me. Anche se non scrivevo nulla, mi sorprendevo a ricordare quasi tutto, nonostante oggi faccia molta più fatica di un tempo a memorizzare le cose.
Era come se quelle parole non passassero dalla mente, ma si incidessero direttamente nel cuore.
Più il corso andava avanti, più mi rendevo conto di quante somiglianze ci fossero tra la mia storia e quella di Giovanni Battista.
La prima è quella dei suoi genitori, Zaccaria ed Elisabetta. La loro sterilità, trasformata da Dio nel dono di un figlio quando ogni speranza sembrava ormai svanita, mi ha riportato alla mia vita. Anche io e mia moglie abbiamo sperimentato la sterilità e un’attesa, e il Signore ha ascoltato la nostra preghiera, donandoci due figli meravigliosi, un dono che ancora oggi considero uno dei miracoli più grandi della mia esistenza.
Ma le somiglianze non finiscono lì.
Giovanni cresce con una missione: preparare la strada al Messia, indicarlo agli altri. Anche nella mia vita il Signore mi aveva affidato qualcosa di simile. Attraverso il Rinnovamento nello Spirito e poi il Centro Kerigma ho avuto la grazia di evangelizzare, di parlare di Dio, di mettermi al servizio della Chiesa. Erano anni nei quali il cuore ardeva e la fede dava senso a tutto.
Poi, lentamente, il lavoro, gli impegni e le preoccupazioni hanno preso il sopravvento. Mi sono allontanato da quella fiamma e non ero più l’uomo di prima.
Nel 2019 è arrivato il buio più grande.
Ho perso il lavoro, ho visto allontanarsi tante persone che fino al giorno prima sembravano essermi vicine e mi sono ritrovato improvvisamente solo. È stato un dolore profondo, che ancora oggi porto dentro. Quel senso di solitudine mi ha fatto pensare a Giovanni quando, rinchiuso in prigione, vedeva crollare ogni certezza e iniziava a domandarsi se davvero Gesù fosse il Messia atteso.
Anche io, come Giovanni, ho iniziato a fare domande a Dio.
Domande scomode. Domande che nascevano dalla sofferenza.
“Dove sei?”
“Perché mi hai lasciato solo?”
“Perché permetti tutto questo?”
Eppure il Signore, anche quando io gli sono stato infedele, non ha mai smesso di essermi fedele.
Le sue risposte non sono arrivate nel modo che immaginavo. Non ha eliminato improvvisamente il deserto, non ha cancellato il dolore con un colpo di spugna. Ma ha iniziato a farmi incontrare persone nuove, fratelli e sorelle che non avrei mai pensato di conoscere, persone che, spesso senza saperlo, sono diventate strumenti della Sua provvidenza.
Guardando indietro mi accorgo che Dio non mi aveva abbandonato. Ero io che, accecato dalla sofferenza, non riuscivo più a riconoscere le Sue impronte nella mia vita.
Questo corso mi ha fatto rivivere il mio deserto, ma soprattutto mi ha insegnato a rileggere la mia storia con occhi diversi. Mi ha fatto vedere che, accanto alle mie ferite, ci sono sempre stati i segni della fedeltà di Dio. Ho capito che il vero Amico non tradisce, non volta le spalle, non scompare quando tutto crolla. Lui resta. Sempre. Perché Dio mantiene le Sue promesse anche quando noi vacilliamo. La Sua fedeltà non dipende dalla nostra.
Oggi il mio deserto non è finito. Ci sono ancora ferite aperte, domande senza risposta, difficoltà che continuano ad accompagnarmi. Ma torno a casa con una certezza nuova: il deserto non è il luogo dove Dio ci abbandona, ma spesso è proprio il luogo dove ci prepara a riconoscere la Sua voce. Ho compreso che non posso permettermi di allontanarmi da questa amicizia, perché è l’unica che non delude, l’unica che rimane quando tutto il resto viene meno, l’unica capace di dare un senso anche alle lacrime. Se oggi dovessi riassumere quello che porto nel cuore direi questo: non sono uscito dal corso con tutte le risposte, ma sono uscito con una certezza. Dio non ha mai smesso di camminare accanto a me, anche quando io ero convinto di essere rimasto solo.
E forse questa è la fede: non vedere ancora la fine del deserto, ma continuare a camminare perché si è certi che, davanti a noi, c’è sempre Qualcuno che ha già preparato una strada.
Massimo



